聆听教宗方济各
我们将通过这一博客,在一周之内发表教宗方济各讲话 的中文版、教宗每主日的三钟经祈祷讲话、周三例行公开接 见要理、每天清晨在圣女玛尔大之家的弥撒圣祭讲道。 教宗的讲话言简意赅、直入我们每个人的内心深处。他 的话不需要任何评论或者理论说教,只要认识了解、反思默 想足以

IN CAMMINO CON PAPA FRANCESCO
Con questo blog vorremmo mettere in circolazione, entro una settimana, anche in cinese,
le parole che Papa Francesco ci regala all’Angelus di ogni domenica, nella Udienza del Mercoledì, e nelle celebrazioni quotidiane di Santa Marta.
Papa Francesco parla in maniera chiara e diretta, parla al cuore di ognuno di noi. Le sue parole non hanno bisogno di commenti o teorie, ma di essere conosciute e meditate.
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在中国的讯息
Scritto da Gigi Di Sacco
il 17 02 2016 alle 17,22

Omelia - Messico, 16/02/2016

Sacerdoti non sono “impiegati di Dio”, no alla rassegnazione che chiude nelle sagrestieA sacerdoti, religiosi e seminaristi, riuniti a Moreila: “La nostra prima chiamata  è quella a fare esperienza di questo amore misericordioso del Padre nella nostra vita, nella nostra storia”. In “ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona”, non cedere alla tentazione della rassegnazione, una delle armi preferite del demonio.


 Papa francesco Coloro che hanno consacrato la sua vita a Dio non vogliono, né possono essere “funzionari del divino” o “impiegati di Dio”, perché sono invitati a “partecipare alla sua vita”. E’ per raggiungere tale obiettivo che preghiamo di resistere alla tentazione della rassegnazione, “una delle armi preferite del demonio”, perché non solo impedisce di testimoniare ciò in cui si crede e di trasformare le cose, ma in “ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona”, spinge a trincerarsi nelle nostre “sacrestie” e “apparenti sicurezze”. E’ il monito che Francesco ha rivolto oggi a sacerdoti, religiosi, consacrati e seminaristi del Messico, riuniti nello stadio Venustiano Carranza di Moreila, città cuore geografico del Paese.
Il Papa è giunto in città in aereo da Città del Messico, poi ha percorso 20 chilometri in elicottero e gli ultimi 9 in papamobile, festeggiato da una grande folla radunatasi lungo le vie della città, a conferma del seguito popolare della sua visita, testimoniato anche dai dati complessivi diffusi oggi dalla tv messicana, che indica in 41 milioni i telespettatori che hanno assistito finora al viaggio papale.
Alle 20mila persone raccolte alle 10 (ora locale) nello stadio il Papa all’omelia ha parlato a partire dal “Padre Nostro”. “La nostra prima chiamata – ha detto - è quella a fare esperienza di questo amore misericordioso del Padre nella nostra vita, nella nostra storia. La sua prima chiamata è a introdurci in questa nuova dinamica dell’amore, della filiazione. La nostra prima chiamata è quella ad imparare a dire ‘Padre nostro’, a dire ‘Abbà’. ‘Guai a me se non evangelizzassi!’, dice Paolo, guai a me! Perché evangelizzare – prosegue – non è una gloria ma una necessità (1 Cor 9,16)”.
“Ci ha invitato a partecipare alla Sua vita, alla vita divina: guai a noi se non la condividiamo, guai a noi se non siamo testimoni di quello che abbiamo visto e udito, guai a noi. Non siamo né vogliamo essere dei funzionari del divino, non siamo né desideriamo mai essere impiegati di Dio, perché siamo invitati a partecipare alla sua vita, siamo invitati a introdurci nel suo cuore, un cuore che prega e vive dicendo: Padre nostro. Cos’è la missione se non dire con la nostra vita: Padre nostro? A questo Padre nostro noi ci rivolgiamo tutti i giorni pregando: non lasciarci cadere in tentazione. Gesù stesso lo fece. Egli pregò perché noi suoi discepoli – di ieri e di oggi – non cadessimo in tentazione. Quale può essere una delle tentazioni che ci potrebbe assalire? Quale può essere una delle tentazioni che sorge non solo dal contemplare la realtà ma nel viverla? Che tentazione ci può venire da ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona, dall’indifferenza davanti alla sofferenza e alla precarietà? Che tentazione potremmo avere sempre nuovamente di fronte a questa realtà che sembra essere diventato un sistema inamovibile? Credo che potremmo riassumerla con la parola rassegnazione. Di fronte a questa realtà ci può vincere una delle armi preferite del demonio: la rassegnazione. Una rassegnazione che ci paralizza e ci impedisce non solo di camminare, ma anche di fare la strada; una rassegnazione che non soltanto ci spaventa, ma che ci trincera nelle nostre ‘sacrestie’ e apparenti sicurezze; una rassegnazione che non soltanto ci impedisce di annunciare, ma che ci impedisce di lodare. Una rassegnazione che non solo ci impedisce di progettare, ma che ci impedisce di rischiare e di trasformare le cose”.
“Per questo, Padre Nostro, non lasciarci cadere nella tentazione. Che bene ci fa fare appello alla nostra memoria nei momenti della tentazione! Quanto ci aiuta osservare il ‘legno’ con cui siamo stati fatti. Non tutto ha avuto inizio con noi, non tutto terminerà con noi; per questo, quanto bene ci fa recuperare la storia che ci ha portato fin qui. E in questo fare memoria non possiamo tralasciare qualcuno che amò tanto questo luogo da farsi figlio di questa terra. Qualcuno che seppe dire di sé stesso: ‘Mi strapparono dalla magistratura e mi posero alla pienezza del sacerdozio per merito dei miei peccati. Me, inutile e interamente inabile per l’esecuzione di una tanto grande impresa; me, che non sapevo remare, elessero primo Vescovo di Michoacán’ (Vasco Vásquez de Quiroga, Carta pastoral, 1554). Con voi desidero fare memoria di questo evangelizzatore, conosciuto anche come ‘Tata Vasco’, come ‘lo spagnolo che si fece indio’. La realtà vissuta dagli indios Purhépechas descritta da lui come ‘venduti, vessati e vagabondi per i mercati a raccogliere i rifiuti gettati a terra’, lungi dal condurlo alla tentazione dell’accidia e della rassegnazione, mosse la sua fede, mosse la sua vita, mosse la sua compassione e lo stimolò a realizzare diverse iniziative che fossero di ‘respiro’ di fronte a tale realtà tanto paralizzante e ingiusta. Il dolore della sofferenza dei suoi fratelli divenne preghiera e la preghiera si fece risposta concreta. Questo gli guadagnò tra gli indios il nome di ‘Tata Vasco’, che in lingua purépechas significa: papà”.
“Padre, papà, abbà… Questa è la preghiera, questa l’espressione alla quale Gesù ci ha invitati. Padre, papà, abbà, non lasciarci cadere nella tentazione della rassegnazione, non lasciarci cadere nella tentazione della perdita della memoria, non lasciarci cadere nella tentazione di dimenticarci dei nostri predecessori che ci hanno insegnato con la loro vita a dire: Padre Nostro”.