聆听教宗方济各
我们将通过这一博客,在一周之内发表教宗方济各讲话 的中文版、教宗每主日的三钟经祈祷讲话、周三例行公开接 见要理、每天清晨在圣女玛尔大之家的弥撒圣祭讲道。 教宗的讲话言简意赅、直入我们每个人的内心深处。他 的话不需要任何评论或者理论说教,只要认识了解、反思默 想足以

IN CAMMINO CON PAPA FRANCESCO
Con questo blog vorremmo mettere in circolazione, entro una settimana, anche in cinese,
le parole che Papa Francesco ci regala all’Angelus di ogni domenica, nella Udienza del Mercoledì, e nelle celebrazioni quotidiane di Santa Marta.
Papa Francesco parla in maniera chiara e diretta, parla al cuore di ognuno di noi. Le sue parole non hanno bisogno di commenti o teorie, ma di essere conosciute e meditate.
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在中国的讯息
Scritto da Gigi Di Sacco
il 18 01 2019 alle 14,19

Udienza Generale, 16 gennaio 2019

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Papa all’udienza generale: pregare Dio come un bimbo col padre

All’udienza generale Francesco prosegue le catechesi sul “Padre nostro” e ricorda che Dio non solo è un padre: è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura

 


Papa Francesco- Anche nei momenti “difficili”, quando camminiamo “su sentieri lontani da Dio”, “abbandonati dal mondo”, “paralizzati da un senso di colpa” troviamo la forza di pregare “ricominciando” dalla parola “Abbà, Padre”, “con il senso tenero di un bambino”, che dice: “Abbà, papà”. Questa l’esortazione di Francesco all’udienza generale in Aula Paolo VI Dio non smette mai di amare

Riflettendo sulla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani, il Pontefice prosegue le catechesi sul “Padre nostro” e assicura che, pregando il Signore, Dio “non ci nasconderà il suo volto”, né “si chiuderà nel silenzio”, perché “mai ci ha persi di vista”, è rimasto sempre “fedele al suo amore per noi”: ci cerca, ci ama, scorgendo in noi “una bellezza”, anche se pensiamo di aver “sperperato inutilmente” tutti i nostri talenti.

Dio è non solo un padre, è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura. D’altra parte, c’è una “gestazione” che dura per sempre, ben oltre i nove mesi di quella fisica; è una gestazione che genera un circuito infinito d’amore. Per un cristiano, pregare è dire semplicemente “Abbà”, dire “Papà”, dire “Babbo”, dire “Padre” ma con la fiducia di un bambino. 

 

La parola “Padre”

Dio, infatti, non nasconderà il “proprio volto”, nemmeno di fronte alle nostre “amarezze”:

Lui non si chiuderà nel silenzio. Tu digli “Padre” e Lui ti risponderà. Tu hai un padre. “Sì, ma io sono un delinquente…”. Ma hai un padre che ti ama! Digli “Padre”, incomincia a pregare così, e nel silenzio ci dirà che mai ci ha persi di vista. “Ma, Padre, io ho fatto questo…” – “Mai ti ho perso di vista, ho visto tutto. Ma sono rimasto sempre lì, vicino a te, fedele al mio amore per te”. Quella sarà la risposta. Non dimenticatevi mai di dire “Padre”. 

L’essenziale della preghiera

Nel Nuovo Testamento, aggiunge, la preghiera sembra voler “arrivare all’essenziale”, fino a concentrarsi proprio sulla parola: “Abbà, Padre”. San Paolo, dice Francesco, “conserva” la parola aramaica nell’invocazione a Dio, che è la “novità del Vangelo”.

Dopo aver conosciuto Gesù e ascoltato la sua predicazione, il cristiano non considera più Dio come un tiranno da temere, non ne ha più paura ma sente fiorire nel suo cuore la fiducia in Lui: può parlare con il Creatore chiamandolo “Padre”. L’espressione è talmente importante per i cristiani che spesso si è conservata intatta nella sua forma originaria: “Abbà”. 

Il rapporto di un bambino col papà

Dobbiamo immaginare - spiega - che nelle parole aramaiche sia rimasta come “registrata” la voce di Gesù. Nella prima parola del “Padre nostro”, riflette il Pontefice, troviamo subito la radicale novità della preghiera cristiana. Non si tratta solo di usare un simbolo, la figura del padre, “da legare al mistero di Dio”, bensì di avere “tutto il mondo di Gesù travasato nel proprio cuore”. Dire “Abbà” - prosegue il Papa - è qualcosa di molto “più intimo, più commovente” che semplicemente chiamare Dio “Padre”.

Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria “Abbà” con “Papà” o “Babbo”. Invece di dire “Padre nostro”, dire “Papà, Babbo”. Noi continuiamo a dire “Padre nostro”, ma con il cuore siamo invitati a dire “Papà”, ad avere un rapporto con Dio come quello di un bambino con il suo papà, che dice “papà” e dice “babbo”.

Un cuore di bambino

Tali espressioni evocano “affetto”, “calore”, “qualcosa - richiama Francesco - che ci proietta nel contesto dell’età infantile”: l’immagine di un bambino “completamente avvolto dall’abbraccio di un padre che prova infinita tenerezza per lui”.

Per questo, cari fratelli e sorelle, per pregare bene, bisogna arrivare ad avere un cuore di bambino. Non un cuore sufficiente: così non si può pregare bene. Come un bambino nelle braccia di suo padre, del suo papà, del suo babbo.

Parole che prendono vita

Il “Padre nostro”, prosegue il Papa, prende “senso e colore” se impariamo a pregarlo dopo aver letto la parabola del padre misericordioso, come la riporta l’evangelista Luca parlando del figlio prodigo, abbracciato dal padre “che lo aveva atteso a lungo”, “che non ricorda le parole offensive” rivoltegli ma fa capire “semplicemente quanto gli sia mancato”. Quelle parole, nota Francesco, “prendono vita, prendono forza”.

Ci chiediamo: è mai possibile che Tu, o Dio, conosca solo l’amore? Tu non conosci l’odio? No – risponderebbe Dio – io conosco solo amore. Dov’è in Te la vendetta, la pretesa di giustizia, la rabbia per il tuo onore ferito? E Dio risponderebbe: io conosco solo amore. Il padre di quella parabola ha nei suoi modi di fare qualcosa che molto ricorda l’animo di una madre. Sono soprattutto le madri a scusare i figli, a coprirli, a non interrompere l’empatia nei loro confronti, a continuare a voler bene, anche quando questi non meriterebbero più niente. 

I saluti al termine dell’udienza

Nei saluti finali nelle varie lingue, il pensiero di Francesco va alla Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, che comincia questo venerdì, nella quale il Papa auspica che si intensifichino “le nostre suppliche e penitenze, affinché si affretti l’ora in cui trovi pieno compimento l’anelito di Gesù: ‘Abbá…, ut unum sint - perché tutti siano una sola cosa’”. Rivolgendosi ai pellegrini polacchi, ricorda il gruppo del Santuario di San Stanislao - patrono della Polonia, nato a Szczepanów, nei pressi di Cracovia, il 26 luglio 1030 - che celebra l’anniversario della visita che San Giovanni Paolo II fece in quei luoghi poco prima della sua elezione alla Sede di Pietro.